Nulla come il gusto si presta così tanto alla pittura. L’aspro è giallo e verde, il salato declina ogni sfumatura tra il bianco e l’azzurro, la dolcezza è calda come l’arancione, avvolgente come il rosso. L’amaro è sempre nero.
Ogni cibo è a colori. Ancora non parlavamo (eravamo bambini, eravamo primitivi), ma già apprendemmo i colori che illustrano la vita. E che nessun altro nostro pensiero, da quell’istante, sarebbe più stato in bianco e nero.
Rosso peccato
La morale e l’etica sorsero non appena portammo il primo frutto alla bocca. Non è un caso che la conoscenza del male e del bene sia sempre illustrata da un pomo spiccato da un ramo. E di che colore sarà mai quella mela peccaminosa, se non rossa, il colore del dolce e della frutta matura? Quella tonalità che, innocentemente, ancora ricerchiamo quando palpeggiamo la frutta su una bancarella, girandocela e rigirandocela tra le mani a cercare quel bacio di sole, inconfondibile carezza di piacere.
Il peccato è rosso perché è dolce. E il dolce ci piace come ci piace il peccato, poiché tenta il corpo ancor prima dell’anima.
Nera virtù
L’amaro invece è sempre nero, perché agisce sui nostri sensi come un anatema. Li allontana, il scaccia. Ci mette alla prova. Di che cosa si nutrirà il santo asceta nel deserto, se non di erbe e radici amare? Che sapore avrà la medicina che ci cura, se non amaro; il filtro magico che richiederà, prima di tutto, un atto di autentica volontà, in grado di scatenare forze interiori a noi sconosciute? L’amaro ci depura perché sottomette il corpo alla volontà della mente. La dolcezza ci perde perché accondiscende il desiderio fisico. Tutta la virtù e tutto il peccato racchiusi in un paio di morsi…
Sale di terra e cielo
Le lacrime sono bianche e azzurre. Ricordano l’acqua del mare, ma anche il cielo e la pioggia, che diventa salata quando lava la fronte sudata di lavoro. La nostra lingua, per istinto, ricerca il sale di questa terra e ci permette di sopravvivere. E il sale ha gli stessi colori dell’acqua, delle nuvole bianche, della neve, della sabbia di una savana… Una girandola monocromatica di contraddizioni in cui ci dibattiamo da sempre, incapaci di distinguere dove finisca il mare e cominci la spiaggia. Dove terminino il dovere e la responsabilità, la fatica che ci fiaccherà e ci allontanerà dalle tentazioni. Dove riposare e dove svegliarsi nel pieno della notte. Tra bianco e azzurro ci sono tutti i nostri cieli, tutti i nostri sogni. Una vita intera.
La vita acre
Il giallo e il verde sono aspri e l’abbiamo appreso subito, addentando un frutto acerbo. Verdi sono i nostri primi anni di poca esperienza, gialli sono i nostri giorni alla luce del sole, che contiamo con l’aspra certezza di vederli terminare, prima o poi, perdendosi nell’amaro della notte. Il cammino comincia verde e prosegue nel giallo deserto del tempo che trascorre, bagnato dal bianco azzurro della fatica e della responsabilità, tentato dal rosso e salvato dal nero, bruciato dal sole dolce, rinfrescato dall’amara notte, salvifica e ingannatrice allo stesso tempo.
Il fiele dell'anima
Ma c’è un amaro ancora più profondo della notte e delle erbe sante. Quello interiore del fiele, che non è nero, ma verde scuro: è il colore delle speranze perdute, dei cuori spezzati, degli amori rifiutati. Dei verdi sogni giovanili inaciditi e putrefatti. Custodito nel profondo delle nostre viscere, è il colore che la nostra bocca non può assaggiare e che non vuol riconoscere. Da cui si scappa, sempre. Il verde amaro che ci caratterizza e ci tatua l’anima. Ciò da cui vorremmo fuggire, ma senza illusioni.
Perché quel verde scuro, alla fine, siamo noi.



